Profilo

LA FAMIGLIA BORDOGNA

QUALITA’ E CORTESIA ALLA BASE DEL SUCCESSO NEL SETTORE ALBERGHIERO E DELLA RISTORAZIONE

Qualità e cortesia sono il motto della famiglia Bordogna, che, grazie anche all’indiscussa professionalità e all’assoluta dedizione, ha saputo conquistarsi un ruolo di protagonista nel settore ristorativo ed alberghiero del Canton Ticino. Il cavalier Fausto Bordogna è l’artefice principale di questa rapida ascesa, per altro decretata dal gradimento del pubblico per il livello dei servizi offerti. È nato in provincia di Bergamo e si è trasferito in terra ticinese appena quindicenne. All’età di vent’anni ha cominciato a rivolgere la sua attenzione al mondo della ristorazione, con la trattoria “Paradiso” a Mendrisio.

Cavalier Fausto Bordogna

Fondatore del Ristorante Capo San Martino.

Cenni storici

IL FASCINO E LA STORIA DI UN LUOGO INDIMENTICABILE

Capo San Martino non è sempre stato un’attrattiva turistica anche se il toponimo “ forca di San Martino” non è del tutto scomparso specie fra i luganesi e gli abitanti di Paradiso, Pazzallo, Melide. Questo perché in passato il promontorio che si erge al Ceresio sotto una ripida parete del San Salvatore era un luogo piuttosto sinistro, dal momento che vi si eseguivano le condanne a morte a mezzo impiccagione.

Lo spiazzo su cui sorgeva il patibolo si trova oggi sul territorio di Pazzallo, ma fino al 1861 era territorio di Campione d’Italia e non era zona edificata. Fino alla costruzione della ferrovia, nel 1880, il promontorio era raggiungibile prevalentemente via lago, la strada verso Melide e Paradiso essendo tutt’altro che confortevole. Lo storico Virgilio Chiesa nella sua “ Storia di Lugano”( scritta nel 1975 insieme con Eligio Pometta e Vittorino Maestrini) ci fornisce dati molto eloquenti su come veniva amministrata la giustizia nei secoli scorsi e fa notare come i tribunali, basandosi sugli “ Statuti civili e criminali” del 1429, fossero particolarmente severi, spesso pronti ad infliggere pene incredibilmente dure anche per reati di poco conto; era infatti possibile venir condannati alla forca o decapitati o messi al rogo anche per aver rubato 25 lire.

Altri fonti certificano di sentenze altrettanto severe per colpe non gravi e quel che oggi ci appare incomprensibile era l’uso sistematico della tortura per capire le confessioni. Dai testi dell’epoca possiamo saper oggi come venivano eseguite le sentenze: apprendiamo così che il condannato, scortato dai gendarmi e accompagnato dalla Confraternita della Buona Morte (gli incappucciati) andava a piedi o era condotto in barca dalla riva di S. Elisabetta alla punta di San Martino. Sopra un pianoro, a metà dello sperone roccioso, era piantata la forca. Mentre era in corso l’impiccagione giungevano lugubri e affievoliti dalla distanza i rintocchi della campana del Pretorio di Lugano.

Nelle vicinanze c’erano una chiesetta dedicata a San Martino e, verso il lago una cappelletta con dipinte le anime del purgatorio. Oggi nessuna traccia né della chiesa né della cappelletta. L’ultima sentenza capitale a San Martino fu eseguita nel gennaio 1804. In tale occasione, narra ancora lo storico, non solo quel tratto di lago che sta dirimpetto alla forca formicolava di barche piene di curiosi, ma quasi tutti quegli scogli e quei dirupi brulicavano di gente giunta da ogni parte. Motu proprio, la forza militare austriaca, stanziata a Campione d’Italia, abbatté la forca il 17 aprile 1840.
Nel corso dell’ottocento altre condanne a morte vennero eseguite alla foce del Cassarate.

La pena di morte fu abolita in tutto il Ticino il 3 maggio 1871.